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L’anima come sorcio bianco

BENCHE’ LUDO GAREL non fosse che un domestico, non era tuttavia il primo venuto. Aveva continuamente lo spirito occupato da una quantità di cose a cui l’uomo volgare generalmente non pensa. Le sue continue meditazioni lo avevano portato molto lontano. Lui stesso ammetteva di possedere a fondo, o press’a poco, tutto ciò che è dato a un uomo di conoscere.  “Tuttavia,” aggiungeva “c’e ancora un punto che mi confonde e sul quale non ho alcun chiarimento: è la separazione dell’anima dal corpo. Quando avrò chiarito questo punto non mi resterà più nulla da imparare.” Il suo padrone, uno degli ultimi signori della nobile casata del Quinquiz, aveva grande fiducia in lui, conoscendolo come uomo d’onore e saggio consigliere.  Un bel giorno se lo fece venire nel suo gabinetto.  “Mio povero Ludo,” gli disse “oggi non mi sento per niente bene. Credo di star covando una qualche brutta malattia, e ho il presentimento che non me la caverò. Se almeno i miei affari fossero in regola!… Questo maledetto processo che ho a Rennes è un tormento per me. Sono quasi due anni che si trascina. Se almeno, prima di morire, lo vedessi terminato a mio favore, me ne andrei col cuore più leggero. Io ti considero un ragazzo in gamba, Ludo Garel. D’altra parte – e tu me l’hai provato – non c’è servizio che tu non sia pronto a rendermi. E allora ti domando questo, che sarà forse l’ultimo. Domani mattina, allo spuntar dell’alba, ti metterai in viaggio per Rennes. Farai visita a ciascuno dei giudici e gli chiederai di pronunciarsi al più presto, o per me o contro di me. Tu sei un buon parlatore: conto che troverai il modo di disporli in mio favore. Quanto a me, io vado a mettermi a letto. Piaccia a Dio di non chiamarmi a Sé prima che tu sia di ritorno.”

Prima di congedarsi, Ludo cercò per quanto poteva di far coraggio al suo padrone, che vedeva così abbattuto.  “Pensate solo a guarire, signor conte. Non siete ancora maturo per l’Ankou. Fate in modo che io vi ritrovi in buona salute. Io mi incarico di tutto il resto, in fede mia!” Passò tutto il pomeriggio a fare i preparativi di viaggio e a ruminare fra sé i discorsi che avrebbe tenuto ai giudici.  Al calar della notte si coricò, per potersi svegliare di buon’ora.  Dormì male: mille idee, mille progetti incoerenti si inseguivano nella sua testa.

D’un tratto gli sembrò di sentire il canto del gallo.

“Ehi, ehi!” si disse. “Già spunta l’alba. E tempo di partire.”

E Ludo Garel si mise in cammino.

Si era nel cuore dell’inverno e Ludo ci vedeva appena quel tanto da poter camminare. Dopo un’ora o un’ora e mezzo di viaggio si trovò ai piedi di un muro che gli sbarrava la via.  Proseguì costeggiandolo e arrivò davanti a una scala di pietra, di cui salì i gradini. Era la scala di un cimitero.  “Hum!” pensò Ludo, vedendosi circondato di tombe e di croci, “fortuna che l’ora malefica dev’essere passata da molto tempo.”

Non aveva finito di formulare fra sé queste parole che scorse un’ombra levarsi da terra e dirigersi verso di lui da uno dei viali laterali. Quando fu più vicina, Ludo si avvide che si trattava di un giovane di aspetto distinto, vestito di fine panno nero.

Ludo gli augurò il buongiorno.

“Buongiorno” rispose il giovane. “Vi siete messo in viaggio di buon’ora.”

“Io non so di preciso che ora può essere, ma il gallo cantava quando sono partito.”

“Sì, il gallo bianco!1” replicò il giovane. “Da che parte andate?”

“Vado verso Rennes.”

“Anch’io. Se volete, possiamo fare un pezzo di strada insieme.”

“Non chiedo di meglio.”

Lo sguardo e il tono del giovane ispiravano fiducia. Ludo Garel, sulle prime un po’ inquieto, fu ben presto felicissimo di averlo per compagno, tanto più che l’alba tardava terribilmente a spuntare. Cammin facendo conversavano fra loro.  E a poco a poco Ludo divenne espansivo. Mise lo sconosciuto del cimitero al corrente di tutto ciò che lo riguardava, della malattia misteriosa del suo signore, dei cattivi presentimenti che gli aveva espresso il giorno prima e del motivo per cui il conte lo aveva incaricato di intraprendere quel viaggio.  Lo sconosciuto ascoltava, ma non diceva quasi nulla.  A un certo punto, da una vicina fattoria si sentì squillare il canto del gallo.

“Perbacco,” esclamò Ludo “sta per spuntare l’alba.” “Non ancora,” fece il giovanotto “il gallo che ha cantato è il gallo grigio.”

In realtà il tempo passava e la notte restava sempre egualmente nera.

I due giovani continuarono a camminare. Ma poiché Ludo aveva vuotato il sacco delle sue confidenze e lo sconosciu-to non sembrava disposto a confidargli i suoi affari, la conversazione languiva e finì per cessare del tutto.

Quando non si parla, di giorno ci si annoia: di notte si ha paura.

Ludo Garel cominciò a studiare il suo compagno con la coda dell’occhio e a trovare i suoi modi piuttosto singolari.  Invocava con tutte le sue forze la luce dell’alba.

Infine un terzo gallo cantò.

“Ah!” fece Ludo con un sospiro di sollievo “questa volta almeno è il gallo buono!”

“Sicuro,” rispose l’altro “questa volta è il gallo rosso. Ora l’alba sta per imbiancare il cielo. Ma, come vedete, voi l’avevate anticipata di parecchio. Era appena mezzanotte quando siete entrato nel cimitero dove mi avete incontrato.” “E’ possibile” fece Ludo a voce bassa.

“Un’altra volta cercate di stare più attento all’ora. Se non vi avessi accompagnato fino a questo momento, vi sarebbe capitata più d’una brutta avventura.”

“Grazie mille, in questo caso” fece Ludo umilmente.  “Ma non è tutto. Vi devo dire che è inutile per voi continuare il cammino. Il processo del vostro padrone è stato deciso già ieri sera e i giudici si sono pronunciati in suo favore.  Tornate dunque da lui, per annunciargli la buona notizia.” “Gesù Maria! Tanto meglio, in verità. Il signor conte guarirà di colpo.”

“No, al contrario: morirà. A questo proposito, Ludo Garel, vi sarà consentito di vedere la separazione dell’anima dal corpo. una cosa, lo so, che voi desiderate vedere da molto tempo.”

“Ve l’ho detto io?!” esclamò Ludo, che si domandava, un po’ tardi, se non avesse chiacchierato troppo durante il cammino.  “No, voi non me l’avete detto. Ma colui che mi ha man-dato in vostro soccorso vi conosce meglio di quanto vi conosciate voi stesso.”

“E potrò vedere la separazione dell’anima dal corpo?” “La vedrete. Il vostro padrone spirerà fra poco, verso le dieci e mezzo. Poiché tutti crederanno che siate andato fino a Rennes e ne siate tornato (perché voi non parlerete a nessuno del nostro incontro), insisteranno perché andiate a riposarvi.  Ma voi rifiutate di andare a letto. Restate al capezzale del conte e tenete gli occhi fissi sul suo viso. Quando sarà morto, vedrete la sua anima uscire dalle sue labbra sotto forma di un sorcio bianco. Questo sorcio sparirà immediatamente in qualche buco. Voi non ve ne preoccuperete affatto. Tuttavia non lascerete a nessuno la cura di andare a cercare la croce funebre alla chiesa del villaggio. Andrete voi stesso. Arrivato sotto il portico della chiesa, aspetterete che il sorcio bianco vi raggiunga. Non entrate in chiesa prima di lui. Limitatevi semplicemente a seguirlo. E’ essenziale. Se seguirete a puntino le mie raccomandazioni, saprete prima di questa sera ciò che bramate tanto conoscere. E ora, Ludo Garel, addio!” Al che lo strano personaggio svanì in un vapore leggero, che ben presto si confuse coi vapori che salivano dal suolo umido nel giorno nascente.

Ludo Garel se ne tornò al Quinquiz.

“Dio sia lodato!” disse il signore, vedendo entrare il suo domestico. “Avevi ragione, fedele servitore, di affrettarti. Io sono agli estremi. Se avessi tardato una mezz’ora, non avresti trovato che un cadavere. Come è andato il processo a Rennes?”

“Avete vinto la causa.”

“Te ne sono molto grato, amico mio. Grazie a te, posso morire tranquillo.”

Questa volta Ludo Garel non cercò di confortare il padrone con parole di speranza. Sapeva che il destino si deve compiere. Andò tristemente a sedersi al capezzale del morente, in modo però da non perdere mai di vista il viso del signore.  La sala era piena di gente in lacrime. La contessa prese Ludo per un braccio e gli disse all’orecchio:

“Voi siete sfinito di fatica. Non mancano qui anime buone per vegliare il mio povero marito. Andate a dormire.” “Il mio dovere” rispose il giovane “è di restare al capezzale del mio signore fino all’ultimo momento.” E restò là, malgrado le insistenze di tutti.  Suonarono le dieci. Come aveva predetto lo sconosciuto, il signore del Quinquiz entrò in agonia. Una vecchia intonò le preghiere, i presenti risposero. Ludo Garel unì la sua voce a quelle degli altri, ma il suo pensiero non era rivolto alle preghiere che borbottava: era tutto teso verso ciò che sarebbe accaduto nei prossimi secondi, al momento della separazione dell’anima dal corpo.

Il conte tuttavia cominciava a dondolare la testa a destra e a sinistra sul guanciale. Sentiva arrivare la morte, ma non sapeva da quale lato.

D’un tratto si irrigidì. La morte lo aveva toccato.  Emise un lungo sospiro e Ludo vide la sua anima esalare dalla sua bocca sotto forma di un sorcio bianco.  L’uomo del cimitero aveva detto il vero.

Il sorcio d’altronde non fece che apparire e sparire.  La vecchia che aveva cominciato le preghiere intonò il De profundis. Ludo approfittò dell’emozione causata dalla fine del conte per eclissarsi e corse per un sentiero nascosto fino al villaggio. Al Quinquiz non era ancora stato dato l’ordine di andare a prendere la croce funebre, che si trovava già sotto il portico della parrocchia. Il sorcio bianco vi arrivò quasi nello stesso tempo del giovane, che lo lasciò entrare per primo nella chiesa. L’animaletto cominciò a trottare a passettini rapidi e minuti, e Ludo coi suoi lunghi passi non faceva fatica a seguirlo. Per tre volte, sempre sulle tracce del sorcio, fece il giro della chiesa. Terminato il terzo giro, il sorcio uscì di nuovo attraverso il portico: e Ludo si precipitò sulle sue tracce, tenendo stretta al petto la croce funebre che aveva afferrato passando. I sonagli della croce tintinnavano, e il sorcio correva, correva. Così il sorcio, la croce e Ludo che la portava percorsero insieme tutti i campi del Quinquiz. L’animaletto bianco saltava sopra ogni barriera, come il signore aveva l’abitudine di fare quand’era vivo, poi costeggiò i quattro fossati.

Finito il giro dei campi, il sorcio riprese la via del castello.  Arrivato nell’aia, si incamminò verso un edificio isolato dove si conservavano gli attrezzi agricoli. Su tutti posò la sua zampa.2 Aratri, vanghe, zappe, a tutti disse addio.  Di là ritornò nella casa.

Ludo lo vide arrampicarsi sul cadavere e lasciarsi chiudere con esso nella bara.

I preti vennero a prendere il defunto. Cantarono la messa funebre, calarono la bara nella fossa. Ma appena il celebrante ebbe asperso la bara di acqua benedetta, non appena i parenti vi ebbero gettato le prime manciate di terra, Ludo ne vide uscire di nuovo il sorcio bianco.

Il giovane sconosciuto gli aveva espressamente raccomandato di seguirlo fino alla fine, per sassi e rovi, crepacci e pantani.  Così Ludo piantò il funerale e ricominciò a pellegrinare dietro il sorcio.

Attraversarono boschi, varcarono paludi, scalarono fossati,3 passarono per villaggi finché giunsero in una vasta landa, in mezzo alla quale si levava il tronco mezzo seccato di un albero. Era così vecchio, così scorticato che non si sarebbe potuto dire se era un faggio o un castagno. L’interno era cavo. E veramente, stava ritto solo per miracolo. Inoltre la sua magra corteccia era spaccata dall’alto fino in basso. Il sorcio si infilò in una delle spaccature e Ludo vide subito apparire nel cavo dell’albero il signore del Quinquiz.  “O mio povero padrone,” esclamò con le mani giunte “che fate voi qui?”

“Ogni uomo, mio caro Ludo, deve fare la sua penitenza nel luogo che Dio gli assegna.”

“Posso almeno aiutarvi in qualche modo?”

“Sì, lo puoi.”

“E come?”

“Digiunando per me, per il periodo di un anno e un giorno.  Se lo farai, io sarò redento per sempre e la tua salvezza eterna seguirà ben presto la mia.”

“Lo farò” rispose Ludo Garel.

Mantenne la promessa. Compiuto il digiuno, Ludo Garel morì.