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La visione di Pierre Le Run

AI TEMPI DI CUI vi parlo non erano molti i sarti di campagna. Spesso venivano a chiamarci da molto lontano. E per di più, per essere proprio sicuri di averci, i clienti dovevano avvertirci diverse settimane prima.

Avevo promesso di andare a lavorare al Minihy, a tre leghe da casa mia, in una fattoria che si chiamava Rozvilienn.  Mi misi in cammino un pomeriggio di domenica, all’ora dei vespri, in modo da arrivare per cena a Rozvilienn.  Mi avevano prenotato per un’intera settimana e ci tenevo a trovarmi già al lavoro il lunedì mattina.  “Ah, siete voi, Pierre?” mi disse Catherine Hamon, la massaia, vedendomi comparire nella sua cucina.  “Sono io, Catel… Ma non vedo Marco, vostro marito.

Forse non è ancora tornato dal villaggio?” “Ahimè, non vi è neppure andato… E’ già una quindicina di giorni che è a letto, immobile.”

E mi mostrava l’alcova chiusa da cortinaggi, presso il focolare.

Mi avvicinai, e inginocchiandomi sul banc-tossel1, scostai le cortine.

Il vecchio Marco era steso là, immobile, col viso scavato dalla malattia. Pensai fra me: “Sembra quasi un teschio.” Tuttavia gli feci un sorriso allegro e cominciai a prenderlo in giro, come è d’uso in simili casi:

“Ohilà, Marco, cosa diavolo fai? Ma guarda che posizione, per un uomo della tua età e del tuo temperamento! Lasciarsi abbattere così, tu che sei sempre stato una quercia!” Mi rispose non so cosa: aveva il respiro così oppresso, la voce così debole che il suono delle sue parole non arrivò neanche al mio orecchio.

“Come l’avete trovato, Pierre?” mi domandò Caterina quando ebbi preso il mio posto a tavola, fra gli uomini della fattoria.

“Beh,” dissi “certo non sta bene, ma con un corpo robusto come il suo ci sono sempre delle risorse.” Non volevo dire tutto il mio pensiero per non spaventare Catel. Mentre andavo a dormire pensavo:

“E finita!… Non passerà la settimana… In verità, caro il mio Pierre, non taglierai più brache per il tuo vecchio cliente di Rozvilienn!…”

Con questa riflessione malinconica mi infilai fra le lenzuola.

A Rozvilienn non mi trattavano come un sarto, ma come

un ospite. Invece di farmi dormire in cucina, o nelle scuderie, come succedeva spesso ai miei colleghi, mi riservavano la più bella stanza di tutta la casa. Era una grande camera che, al tempo in cui Rozvilienn era un castello, era servita probabilmente come salone.

Questa stanza comunicava con la cucina per mezzo di una porta che si apriva nel muro maestro, e aveva un’alta e larga finestra, di quelle di una volta, che dava sulla corte e si apriva quasi dal pavimento al soffitto. Perché questa camera aveva un vero pavimento, un parquet di quercia un po’ sbrecciato, è vero, per mancanza di manutenzione, ma che insieme ai resti di antichi affreschi, ancora visibili qua e là sulle pareti, non mancava di dare a tutto l’appartamento una certa aria di nobiltà. Il letto era a baldacchino e si trovava dì fronte alla finestra.

Di solito, quando era suonata l’ora della buonanotte mi fermavo un momento sulla soglia della camera e prima di chiudere la porta gridavo con aria d’importanza agli uomini di Rozvilienn, ancora riuniti nella cucina:

“Salutate il Marchese di Pon ar veskenn (Ponte del ditale) che va nel suo letto a baldacchino a raggiungere la signora marchesa.”

Questa facezia, o altre dello stesso genere, li facevano ridere a crepapelle.

La mattina, alla prima colazione, con modi assai cerimoniosi mi domandavano come avessi passato la notte. E io gli scodellavo le storie più straordinarie: avevo ricevuto la visita della principessa dai capelli d’oro o della principessa dalla mano d’argento. Potete immaginarvi a che commenti si prestavano le mie storie. Vi assicuro che non c’era nessuno che rimanesse immusonito.

Ma questa volta, lo capite bene, non potevo tirar fuori né principesse né marchese. Avevo il cuore straziato pensando che una di quelle sere mi avrebbero svegliato per andare ad assistere il buon Marco nei suoi ultimi momenti.  Marco Hamon era veramente un galantuomo: servizievole, leale, un cuore pietoso. Cominciai a enumerare fra me tutte le sue buone qualità, e così facendo mi addormentai.  Non saprei dire quanto tempo durò il mio sonno. Comunque, mi sembrò d’un tratto di sentir scricchiolare il legno tarlato del pavimento, come se qualcuno traversasse la camera.  Aprii gli occhi.

La luna si era levata. Era chiaro come in pieno giorno.

Girai lo sguardo per tutta la camera. Nessuno!  Stavo per infilarmi di nuovo sotto le lenzuola quando credetti di sentire qualcosa di fresco sulla spalla.  Guardai dalla parte della finestra e vidi che era aperta.  Pensai che forse avevo dimenticato di chiuderla quando mi ero coricato. Saltai giù dal letto e avevo la mano su un’imposta quando, là nella corte, a due passi da me, vidi un uomo che andava e veniva, con le braccia dietro la schiena e col passo indolente di chi sta aspettando e passeggia per ingannare la noia dell’attesa. Era alto, magro, con la testa ombreggiata da un largo cappello.

In mezzo al cortile, vicino al pozzo, c’era un carro di grossolana fabbricazione, tirato da due magri cavalli con le criniere così lunghe che arrivavano al suolo e si imbrogliavano nelle zampe anteriori. I fianchi del carro erano fatti a sbarre, e fra una sbarra e l’altra pendevano in fuori gambe, braccia, e persino teste, teste umane, gialle, sogghignanti, orrende!  Era fin troppo facile indovinare a che macellaio appartenesse tutta quella carne.

D’altra parte dovete credere che non restai a guardare quello spettacolo più del tempo che ho messo a descriverlo.  Lasciando la finestra così com’era, tornai al mio letto a carponi: avevo una paura terribile che l’uomo dal grande cappello mi vedesse o mi sentisse.

Una volta raggiunto il letto, mi cacciai ben bene sotto le coperte, ma ebbi cura di lasciarmi all’altezza degli occhi uno spiraglio, attraverso il quale potevo continuare a vedere senz’essere visto.

Per circa una mezz’ora l’uomo dal grande cappello continuò a passare e ripassare nel riquadro della finestra, proiettando ogni volta la sua ombra gigantesca sul pavimento della camera.

A un tratto, nella mia stessa stanza distinsi di nuovo quel rumore di passi che mi aveva svegliato.

Era qualcuno che sbucava dal vano della porta che dava accesso alla cucina.

Somigliava in tutto all’altro, all’uomo del cortile, salvo che era ancora più alto, ancora più magro. La sua testa non era proporzionata al corpo. Era minuta minuta, e oscillava così forte da tutte le parti che si temeva ogni volta di vederla staccarsi. I suoi occhi non erano occhi, ma due candeline accese in fondo a due grandi buchi neri. Non aveva naso. La sua bocca rideva di un riso che arrivava fino alle orecchie.  Sentivo gocce di sudore freddo imperlarmi le tempie e scorrermi giù per il petto, le cosce e le gambe fino ai piedi.  Quanto ai miei capelli, erano così rigidi che ancora il giorno dopo avrei potuto, credo, usarli come aghi.  Ah, non ce ne sono molti che sappiano, come me, cosa vuol dire aver paura!

Aspettate!… Non è tutto.

L’uomo dalla testa svitata passando aveva sfiorato il mio letto, ma si era subito allontanato per andare a mettersi di sentinella vicino alla finestra. In quel momento un secondo personaggio entrò dalla cucina. Lo sentii venire prima di vederlo.  Faceva un tale rumore! Si sarebbe detto che calzasse zoccoli troppo grandi e troppo pesanti per i suoi piedi. Li trascinava sul pavimento, li urtava continuamente l’uno contro l’altro, inciampava, si riprendeva, insomma faceva un tal baccano che in fede mia! – persuaso che volesse proprio me e preferendo persino la morte all’angoscia che mi attanagliava – gettai via le lenzuola e mi alzai a sedere sul letto.  L’uomo dagli zoccoli si fermò immediatamente: era a tre passi dal mio capezzale.

Lo riconobbi subito. Era Marco Hamon, il povero caro Marco.

Mi gettò uno sguardo disperato, che mi arrivò al cuore come il freddo di una coltellata. Poi, con un lungo e triste sospiro, mi voltò bruscamente le spalle.

E tutto sparì.

Le imposte della finestra si richiusero con violenza.  Per qualche minuto ancora lungo le mulattiere sassose, lontano, sotto la luna, risuonò il wig-a-wag del carro funebre.  Non v’era dubbio possibile: l’Ankou era venuta a portar via Marco.

Non osavo più restar solo nella stanza. Mi rifugiai in cucina.  Qui trovai Catel seduta al focolare, mezzo addormentata vicino alla candela di resina che gettava una luce fioca.  “Come va Marco?” le chiesi.

Si fregò gli occhi e mormorò:

“Sono rimasta a vegliarlo. Credo che riposi. Non ha avuto bisogno di niente.”

“Vediamo” dissi.

Ci affacciammo alle cortine dell’alcova. Effettivamente Marco Hamon non aveva avuto bisogno di niente. Era morto. Gli chiusi gli occhi, in cui lessi lo stesso sguardo disperato che mi aveva gettato poco prima, mentre passava per la mia stanza.

Sono sicuro che Marco Hamon, prima di andarsene, aveva chiesto di venire a trovarmi nel mio letto “perché aveva qualche cosa da dirmi”. Ebbi il torto di spaventarlo, poiché anch’io ero sconvolto dal terrore. E’ il più grande dei miei rimorsi.  E ora, potete ben credermi, poiché ho visto l’Ankou così come vedo voi: è una cosa terribile morire!