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La storia di Marie-Job

MARIE-JOB KERGUÉNOU era una merciaiola ambulante dell’Ile-Grande, in bretone Enès-Veur, IVI. sulla costa di Trégor. Una volta alla settimana, il giovedì, si recava a Lannion per il mercato, con una carretta mezzo sgangherata, tirata da un povero ronzino.  Quanto ai finimenti, più miserabili ancora della bestia, erano lisi e consumati fino a mostrare la corda. Era un miracolo che la vecchia e il suo carretto non fossero rimasti venti volte incagliati sulla strada ciottolosa, piena di fosse fangose e di scogli, che durante la bassa marea collega l’isola al continente. Tanto più che Marie-Job si trovava a traversare questo passaggio sempre di notte, poiché partiva al mattino molto prima dell’alba e non rientrava che con la luna, quando c’era. Ed era pure un miracolo che non avesse mai fatto qualche brutto incontro, perché alla fin fine nei paraggi di Pleumeur e di Trébeurden non mancavano certo vagabondi, e le mercanzie che di solito riempivano la carretta potevano ben essere una tentazione per individui poco scrupolosi, che andavano in cerca dei relitti gettati dalle onde sulla spiaggia solo perché non avevano niente di meglio da arraffare.

Talvolta qualcuno le chiedeva:

“Ma non hai paura, Marie-Job, a viaggiare in questo modo, di notte, tutta sola per le strade?”

E lei rispondeva:

“Al contrario, sono gli altri che hanno paura di me. Dal rumore che fa la mia carretta credono che sia quella dell’Ankou.” Ed è vero che nell’oscurità, in fede mia!, ci si poteva anche sbagliare, tanto l’assale scricchiolava e la ferraglia tintinnava e il cavallo stesso aveva l’aria di una bestia dell’altro mondo. E poi, se dobbiam dire proprio tutto, c’era anche un’altra ragione, che la vecchia Marie-Job non confessava: nel paese si diceva che fosse un po’ strega. La vecchia sapeva dei “segreti”: e i furfanti del posto, anche i più audaci, preferivano tenersi rispettosamente a distanza piuttosto che esporsi ai suoi malefizi.

Una notte tuttavia le capitò un’avventura.

Si era d’inverno, verso la fine di dicembre. Fin dall’inizio della settimana faceva un gelo che spaccava le pietre delle tombe. Benché abituata alle peggiori intemperie, Marie-Job aveva dichiarato che, se il freddo continuava così intenso, non sarebbe certamente andata al mercato di Lannion, non tanto per risparmiare la propria persona quanto per riguardo verso Mogis, il suo cavallo, il quale era, diceva la vecchia, tutta la sua famiglia. Ma ecco che al mercoledì sera, all’ora dell’Angelus, si vide entrare in casa la sua migliore cliente, Glauda Goff, la tabaccaia.

“E’ vera la voce che corre, Marie-Job, che non avete intenzione di andare al mercato domani?”

“Ma pensate un po’, Glauda Goff! Con che coscienza potrei metter fuori Mogis con un tempo come questo, che neanche i gabbiani hanno il coraggio di mostrare il becco?” “Con tutto questo, ve ne prego per amor mio. Sapete che avete sempre guadagnato bene con me, Marie-Job… Di grazia, non mi dite di no. La mia provvista di tabacco da masticare è quasi finita. Se non riesco a rinnovarla per domenica, che cosa risponderò ai tagliapietre quando all’uscita dalla messa bassa verranno tutti a comprarsi il tabacco da ciccare per la settimana?”

Bisogna dire che l’Enès-Veur è l’isola dei tagliapietre: ce ne sono per lo meno da tre a quattrocento, che scalpellano la roccia per farne pietra da taglio, e non sono sempre gente pacifica, tanto più che in mezzo a loro c’è una quantità di Normanni, almeno tanti quanti sono i Bretoni. Certamente Glauda Goff non si tormentava senza ragione, perché era gente capace di mettere a sacco la sua bottega se lo spaccio di tabacco, che era il solo dell’isola, non gli forniva quel che gli occorreva. E Marie-Job se ne rendeva ben conto. Era lei che ogni giovedì aveva l’incarico di andare a prelevare il tabacco agli uffici dell’appalto; e in verità le dispiaceva molto che la sua comare, la domenica successiva, rischiasse di ricevere dei rimbrotti e magari dei maltrattamenti. Ma dall’altra parte c’era Mogis, il povero caro Mogis!… E poi aveva come un presentimento che anche per lei fosse meglio non partire.  Una voce di dentro le diceva: “Non cambiare idea: avevi deciso di restare, e resta!”

Tuttavia l’altra continuava a pregare. Così Marie-Job, che era brusca di modi, ma aveva un cuore sensibile, finì per rispondere:

“E va bene, avrete il vostro tabacco.”

E si diresse senza indugio verso la stalla per far la toilette a Mogis, come faceva alla vigilia di ogni viaggio.  Il giorno dopo, all’ora della bassa marea, la vecchia lasciò l’isola nel suo solito arnese, con le sue manopole rossicce alle mani e la mantella di grosso bigello sulle spalle, gridando a Mogis, a cui il vento di tramontana pungeva le orec-chie come le punte di mille aghi. Né la vecchia donna né il vecchio cavallo si sentivano in gamba quel giorno. Tuttavia arrivarono a Lannion senza inconvenienti. Alla locanda dove Marie-Job si fermava, e che portava l’insegna dell’Ancora d’argento, proprio sulla banchina, l’ostessa, quando la vide ricomparire dopo che aveva sbrigato tutte le sue commissioni, le disse:

“Gesù Maria! Almeno non penserete a ripartire! Non sapete che diventerete un pezzo di ghiaccio prima di arrivare all’Isola-Grande?”

E insistette per trattenerla a dormire quella notte. Ma la vecchia fu irremovibile:

“Come sono venuta così ritornerò. Datemi soltanto una tazza di caffè ben caldo e un bicchierino di gloria.” E tuttavia si vedeva che non aveva il suo aspetto delle giornate buone. Al momento di congedarsi dall’ostessa dell’Ancora d’argento le disse con voce triste:

“Ho idea che il ritorno sarà duro. Mi sento nell’orecchio sinistro qualche cosa che suona male…”

Ma questo non le impedì di frustare Mogis e di rimettersi in viaggio, nel crepuscolo precoce di dicembre che stava calando, dopo essersi fatta il segno della croce, come una vera cristiana che sa bene che bisogna sempre aver Dio dalla propria parte. Fin dopo Pleumeur tutto andò bene, tranne che il freddo diventava sempre più terribile e Marie-Job, sul suo sedile fra i pacchi e pacchetti che riempivano la carretta, sentiva intirizzirsi il corpo e l’anima. Per cercar di tenersi sveglia tirò fuori il rosario, e tenendo le briglie con una mano cominciò a sgranarlo con l’altra. Per esser più sicura di resistere al sonno, recitava le diecine del rosario a voce alta. Ma il suono stesso della sua voce finì per cullarla come una canzone, a tal punto che, malgrado i suoi sforzi, un bel momento si trovò, se non addormentata, almeno mezzo stordita. D’un tratto, attraverso il torpore, ebbe la sensazione che accadesse qualcosa di insolito. Si sfregò gli occhi, concentrò le idee e constatò che la carretta si era fermata.

“Ebbene? Mogis?” borbottò.

Mogis agitò le sue orecchie a punta, ma non si mosse.

Marie-Job lo sfiorò con la frusta: continuò a restare immobile.  Allora lo picchiò col manico. Il povero ronzino inarcò la groppa sotto i colpi ma non avanzò d’un passo. Si vedevano i suoi fianchi ansare come il mantice di una fucina e due nuvole di fumo biancastro uscire dalle sue froge nella notte gelata, perché era già notte fonda e le stelle brillavano tutte azzurre nel firmamento.

“Ecco qualcosa di nuovo” pensò Marie-Job Kerguénou.  Mogis, in quasi diciassette anni che vivevano insieme, come diceva lei, si era sempre mostrato una bestia esemplare, sempre sottomessa alla volontà della padrona. Che cosa lo prendeva dunque quella sera all’improvviso, quando aveva tutte le ragioni per affrettarsi verso il caldo della sua stalla, come lei, Marie-Job, verso il caldo del suo letto? Non senza borbottare, si decise infine a scendere dal sedile per saperlo.  Si aspettava di trovare qualche ostacolo, magari un ubriaco sdraiato attraverso la strada. Ma ebbe un bel guardare e frugare nell’ombra davanti alla carretta (si trovavano nel punto in cui la strada scende verso Trovern, per proseguire poi attraverso la spiaggia ciottolosa): non vide niente di straordinario.  La strada si perdeva, deserta, fra le dune che proiettavano qua e là l’ombra delle loro querce spoglie.  “Avanti, Mogis!” fece la vecchia, a mo’ di incoraggiamento.  E prese il cavallo per le briglie. Il cavallo soffiò rumorosamente, scosse la testa e si inarcò sulle zampe davanti, rifiutando di fare un sol passo.

Allora Marie-Job comprese che doveva esserci qualche ostacolo soprannaturale. Vi ho detto che era anche un po’ strega. Un’altra al suo posto sarebbe rimasta terrorizzata.  Ma lei, che conosceva i gesti che si devono fare e le parole che si devono dire secondo le circostanze, disegnò una croce sulla strada col manico della frusta, dicendo:

“Con questa croce che traccio sulla strada, ordino alla cosa o alla persona che è qui, e che io non vedo, di dichiarare se viene da parte di Dio o da parte del diavolo.” Non appena ebbe pronunciato queste parole udì una voce rispondere dal fondo del fosso:

“E’ ciò che porto sulle spalle che impedisce al tuo cavallo di passare.”

La donna marciò coraggiosamente, con la frusta al collo, verso il punto da dove veniva la voce. E vide un ometto vecchissimo, proprio vecchissimo, che stava accovacciato nell’erba, come sfinito dalla fatica. Aveva l’aria così stanca, così triste, così miserabile che ne ebbe pietà.

“A che pensate dunque, babbo mio, che restate là seduto, in una notte simile, col rischio di morire?” “Aspetto” fece il vecchio “che un’anima misericordiosa mi aiuti a rialzarmi.”

“Chiunque voi siate, corpo o spirito, cristiano o pagano, non sarà mai detto che vi sia mancato l’aiuto di Marie-Job Kerguénou” mormorò la buona donna chinandosi verso quell’infelice.

Col suo aiuto il vecchio riuscì a rimettersi in piedi, ma la sua schiena restava curva, come sotto il peso di un invisibile fardello.

Marie-Job chiese:

“Dove portate mai quel carico che ha il potere di spaventare gli animali?”

E il vecchio rispose con voce lamentosa:

“I vostri occhi non possono vederlo, ma le froge del vostro cavallo l’hanno fiutato. Gli animali spesso ne sanno più degli uomini. Il vostro ormai non proseguirà il suo cammino se non quando non mi sentirà più né davanti né dietro di sé sulla strada.”

“Ma non vorrete mica che io resti qui ad vitam eternam!  Io ho bisogno di tornare all’Ile-Grande. Poiché vi ho reso un servizio, datemi a vostra volta un consiglio: che cosa devo fare ancora?”

“Io non ho il diritto di domandare nulla: sta a voi fare un’offerta.”

Per la prima volta forse in tutta la sua vita Marie-Job Kerguénou la merciaiola restò un attimo imbarazzata.  “Né davanti né dietro di lui sulla strada” pensava. “Che cosa mai posso fare?”

A un tratto esclamò:

“Una volta salito sulla mia carretta, non sarete più sulla strada. Suvvia, salite.”

“Dio vi benedica” disse il vecchietto. “Avete indovinato.” E si trascinò tutto curvo verso la carretta, dove si issò con gran fatica, benché Marie-Job lo spingesse con tutt’e due le mani.  Quando si lasciò cadere sull’unico sedile, si sarebbe detto che l’assale s’incurvasse e vi fu un colpo sordo, come un rumore di assi urtate. La buona donna si installò alla meglio accanto a quello strano compagno di viaggio, e Mogis senza indugio partì al trotto, con un ardore che non era nelle sue abitudini, neppure quando cominciava a sentire l’odore della stalla.  “Allora, andate anche voi all’ile-Grande?” chiese Marie-Job dopo qualche istante, solo per rompere il silenzio.  “Sì” rispose brevemente il vecchio, che non sembrava molto incline alla conversazione e restava tutto piegato in due, senza dubbio sotto il peso del misterioso fardello che nessuno vedeva.

“Non ricordo di avervi mai incontrato.”

“Oh, no, eravate troppo giovane quando sono partito.”

“E arrivate da lontano, a quanto pare?”

“Da molto lontano.”

Marie-Job non osò chiedere di più. D’altronde si stava addentrando nella striscia costiera e doveva fare molta attenzione a causa delle pozze di fango e dei macigni di pietra nera sparsi lungo la cattiva pista che serviva di strada. A questo riguardo, la merciaiola si accorse ben presto che le ruote della carretta affondavano nella sabbia più del solito.  “Cristo santo!” borbottò fra i denti “bisogna proprio che siamo terribilmente carichi.”

E poiché aveva ritirato ben poche commissioni in città, e d’altra parte il vecchio, tutto rattrappito, non doveva pesare più di un ragazzino, si doveva per forza pensare che quell’eccesso di peso fosse dovuto al fardello che diceva di portare.  La cosa dava piuttosto da pensare alla buona donna, e forse anche allo stesso Mogis, il quale, malgrado lo slancio iniziale, cominciava a rallentare e inciampava quasi a ogni passo.  Quando infine raggiunse la terra di Enès-Veur, era inondato di sudore.

Come certo sapete, in quel punto si staccano due vie: una gira a destra verso la chiesa parrocchiale del Redentore, l’altra fila diritta fino al villaggio dove Marie-Job Kerguénou aveva la sua “residenza”. E poiché Mogis si fermò spontaneamente, senza dubbio per riprender fiato, lei ne approfittò per dire al suo muto compagno, dal quale aveva più che mai fretta di separarsi:

“Eccomi all’isola, buon vecchio: Dio vi accompagni per la vostra via.”

“Sia!” gemette il vecchio.

E cercò di alzarsi, ma ricadde subito sul sedile, se non con tutto il suo peso, almeno con tutto il peso della cosa sconosciuta.  E di nuovo l’assale si piegò; di nuovo si sentì il rumore delle assi urtate.

“Non ci riuscirò mai!” sospirò il povero vecchio, con un accento così doloroso che Marie-Job ne fu commossa fino alle viscere.

“Andiamo,” disse “benché io non capisca niente del vostro modo di fare, e benché abbia tanta fretta di arrivare a casa, se c’è ancora qualche cosa che posso fare per voi, parlate.” “Ebbene,” rispose il vecchio “portatemi fino al cimitero della chiesa del Redentore.”

Al cimitero! A quell’ora!… Marie-Job fu sul punto di rispondere che con tutta la buona volontà non poteva far questo per lui: ma Mogis non gliene lasciò il tempo. Come se avesse sentito la frase del povero vecchio, voltò subito a destra, per la via della chiesa del Redentore. Marie-Job non sapeva più cosa pensare. Quando arrivarono vicino al recinto dei morti, il cancello, contrariamente al solito, era aperto. Lo strano pellegrino ebbe un moto di soddisfazione.  “Come vedete, sono atteso” disse. “In verità, non è neppure troppo presto.”

E ritrovando un vigore che nessuno avrebbe supposto in lui, balzò quasi leggermente a terra.

“Tanto meglio, dunque” disse Marie-Job, preparandosi a prender congedo.

Ma non era ancora arrivata alla fine della sua avventura, perché non appena aggiunse, come si conviene: “Arrivederci alla prossima volta” il vecchietto replicò:

“Niente affatto, prego!… Poiché mi avete accompagnato fin qui, non siete più liberi di andarvene prima che io abbia portato a termine il mio compito; altrimenti, il peso che porto io lo avrete voi sulle spalle in avvenire… Ve lo consiglio nel vostro interesse e perché siete stata pietosa verso di me: scendete e seguitemi.”

Marie-Job Kerguénou, come ho già detto, non era una persona facile da intimidire; ma dal tono con cui il vecchio aveva pronunciato quelle parole capi che la cosa più ragionevole da farsi era obbedire. Mise dunque piede a terra, dopo aver abbandonato le briglie sulla groppa di Mogis.  “Ecco,” riprese l’altro “ho bisogno di sapere dove è sepolto l’ultimo morto della famiglia dei Pasquiou.” “E tutto qui?” fece lei. “C’ero anch’io al funerale. Venite.” Si mosse, orientandosi in mezzo alle tombe e alle lastre di pietra grigia, strette l’una accanto all’altra, chiaramente visibili al chiarore delle stelle. E quando ebbe trovato quella che il vecchio cercava:

“Eccola! La croce è tutta nuova. Dev’esserci sopra il nome di Jeanne-Yvonne Pasquiou, maritata Squérent… quanto a me, i miei genitori dimenticarono di insegnarmi a leggere.” “E io, da tanto tempo l’ho disimparato” rispose il vecchietto.

“Ma vediamo un po’ se non vi siete sbagliata.” Così dicendo si inginocchiò, con la testa in avanti, ai piedi alla tomba. E allora accadde una cosa spaventosa, una cosa incredibile… La pietra si sollevò, ruotando su uno dei suoi lati come il coperchio di un forziere, e Marie-Job Kerguénou sentì sul viso il soffio freddo della morte, mentre da sottoterra si udiva un suono sordo, come il rumore di una bara che urtasse il fondo della fossa. Livida di spavento, mormorò:

“Douè da bardon’an anaon (Dio perdoni ai defunti).”

“In un solo momento avete liberato due anime” disse vicino a lei la voce del suo compagno di viaggio.  Ora era ritto in piedi, e completamente trasformato. Il vecchietto curvo aveva raddrizzato la schiena e appariva di colpo più alto. La merciaiola poté infine vederlo in faccia… Il naso mancava: le occhiaie erano vuote.

“Non abbiate paura, Marie-Job Kerguénou” disse. “Io sono Mathias Carvennec, di cui certamente avete sentito parla-re in passato da vostro padre, perché siamo stati compagni di gioventù. Infatti anche lui, insieme agli altri ragazzi dell’isola, venne ad accompagnarci, Patrice Pasquiou e me, quando fummo estratti a sorte per fare il servizio militare: e ci accompagnarono fino al punto della costa dove voi poco fa mi avete incontrato. Era ai tempi di Napoleone il Vecchio. Fummo mandati in guerra tutti e due, nello stesso reggimento.  Patrice fu colpito da una pallottola, al mio fianco; la sera, all’ospedale, mi disse: “Io sto per morire: ecco qui tutto il mio denaro; fa’ in modo che mi seppelliscano in un posto facile da riconoscere, in modo che tu, se sopravvivi, possa riportare le mie ossa all’Ile-Grande e farle deporre accanto alle ossa dei miei padri, nella terra del mio paese.” Mi lasciava una somma considerevole, almeno duecento scudi. Io pagai perché lo mettessero in una fossa a parte; ma molti mesi dopo, quando ci dissero che la guerra era finita e che saremmo stati congedati, la mia gioia fu così grande che dimenticai la preghiera di Patrice Pasquiou; malgrado il mio giuramento, tornai a casa senza di lui. E poiché nel frattempo i miei genitori avevano lasciato l’Ile-Grande per prendere una fattoria a Loquemau, io li raggiunsi là. E là presi moglie e allevai i miei figli, e là infine morii, quindici anni fa. Ma appena fui disceso nella tomba dovetti subito rialzarmi: finché non avessi pagato il mio debito verso il mio amico, non avrei avuto diritto al riposo. Ho dovuto andare a cercare Pasquiou; e sono quindici anni che cammino, viaggiando dal tramonto del sole al canto del gallo, e facendo all’indietro, nelle notti pari, la metà più la metà della metà del cammino percorso in avanti nelle notti dispari. La bara di Patrice Pasquiou, sulle mie spalle, pesava con tutto il peso dell’intero albero che aveva fornito le assi. Quel suono di legno urtato che avete sentito ogni tanto era prodotto appunto dalla sua bara. E senza la vostra bontà, e quella del vostro cavallo, ne avrei avuto an-cora per più di un anno, prima di arrivare alla fine della mia penitenza. Ora il mio tempo è compiuto (ma amzer zo paruachu).  Dio vi compenserà fra poco, Marie-Job Kerguénou.  Tornate a casa in pace, e domani mettete in ordine tutte le vostre cose. Perché questo viaggio sarà l’ultimo che farete, voi e il vostro Mogis. A presto, nelle Gioie (ebars er Joaio)!” Il vecchio aveva appena pronunciato queste parole che la merciaiola si trovò sola fra le tombe. Il morto era scomparso.  All’orologio della chiesa suonava la mezzanotte. La povera donna si senti raggelare tutta; si affrettò a risalire sulla sua carretta e infine arrivò a casa. Il giorno dopo, quando Glauda Goff venne a prendere in consegna il suo tabacco, trovò Marie-Job a letto.

“Come! siete malata?” le chiese con premura.  “Dite piuttosto che sono arrivata alla mia passione” le rispose Marie-Job Kerguénou. “Ed è per causa vostra. Ma io ho vissuto abbastanza e non rimpiango nulla. Abbiate soltanto la bontà di mandarmi un prete.”

Morì quello stesso giorno, Dio le perdoni! E dopo che fu sepolta, bisognò seppellire anche Mogis: era completamente freddo, quando andarono a vedere nella stalla.