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La morte invitata a pranzo

QUESTO AVVENNE al tempo che i ricchi non erano tanto arroganti e sapevano usare le loro ricchezze per dare qualche volta un po’ di gioia alla povera gente.

In verità, avvenne tanto tanto tempo fa.

Laou ar Braz era il più grande proprietario di terre che vivesse a Pleyber-Christ. Quando da lui si uccideva un maiale o una vacca, era sempre di sabato. Il giorno dopo, domenica, Laou veniva al villaggio per la messa mattutina.

Terminata la messa, il segretario comunale teneva il suo discorso dall’alto della scala del cimitero: leggeva agli abitanti del borgo riuniti sulla piazza le nuove leggi o annunciava, a nome del notaio, le vendite che dovevano aver luogo nella settimana.

“Ora ascoltate me!” gridava Laou, quando il segretario comunale aveva finito coi suoi incartamenti.

E, COME SI SUOL DIRE, SALIVA SULLA CROCE.1

“Ecco qua,” diceva “il più grosso maiale di Kéresper è morto per una coltellata. Vi invito alla festa del sanguinaccio (ar gwadigennou). Grandi e piccoli, giovani e vecchi, borghesi e braccianti, venite tutti! La casa è grande: e se non basta la casa c’è il granaio; e se non basta il granaio, c’è pure l’aia dove si trebbia.”

Figuratevi voi se c’era gente ad ascoltare, quando Laou ar Braz compariva sulla croce! Facevano a gara per cogliere le parole dalla sua bocca. Assediavano gli scalini del calvario.  Dunque, era una domenica, all’uscita dalla messa. Laou lanciava all’alligrapp (ai quattro venti) il suo invito annuale:

“Venite tutti!” ripeteva “venite tutti!”

A vedere tutte quelle teste accalcate intorno a lui, si sarebbe detto un gran mucchio di mele, grosse mele rosse, tanta era la gioia che illuminava le facce.

“Non dimenticate, è per martedì prossimo” insisteva Laou.

E tutte le voci gli facevano eco:

“Per martedì prossimo!”

I morti erano là, sotto terra. La gente calpestava le loro tombe. Ma in quel momento chi ci pensava?  Mentre la folla cominciava a disperdersi una voce sottile e stridula, una voce fioca interpellò Laou ar Braz:

“Me iellou ive? (Posso venire anch’io?)” “Che io sia dannato!” esclamò Laou “poiché ho invitato tutti, vuol dire che nessuno sarà escluso.” L’allegra prospettiva di un gran banchetto a Kéresper fece sì che molti si ubriacarono quella domenica, parecchi altri si ubriacarono ancora il lunedì, per meglio festeggiare il giorno dopo la morte del principe.2 Fin dal martedì mattina un’interminabile processione si mosse verso Kéresper. I più agiati viaggiavano in carri con sedili; i mendicanti si incamminavano con le loro grucce per le scorciatoie.

Tutti erano già seduti a tavola davanti ai piatti pieni quando si presentò un invitato in ritardo. Aveva l’aria di un miserabile. La sua veste di vecchia tela, tutta a brandelli, era incollata alla sua pelle e odorava di putridume.  Laou ar Braz, gli venne incontro e gli fece trovare un posto.  L’uomo sedette, ma toccava solo con la punta dei denti le pietanze che gli servivano. Si ostinava a tener la testa bassa, e malgrado gli sforzi dei suoi vicini per attaccar discorso con lui, per tutto il pranzo non aprì bocca. Nessuno lo conosceva.  Qualcuno dei vecchi trovò che somigliava forse a un tale che aveva conosciuto tanto tempo fa, ma che era morto ormai da molti anni.

Il pranzo finì. Le donne uscirono per ciarlare fra loro, gli uomini per accendere la pipa. Tutti erano allegri e pieni di gioia.

Laou si installò sulla porta del granaio dove era stato allestito il festino, per ricevere il trugaré, il grazie di ciascuno.  Molti degli invitati balbettavano e barcollavano. Laou si fregava le mani. Era contento che la gente partisse da casa sua piena fino all’orlo.

“Bene,” disse “questa sera nei fossi delle strade intorno a Kéresper ci saranno delle pisciate grosse come ruscelli.” Era pienamente soddisfatto anche lui delle sue cuoche, delle sue botti di sidro e dei suoi convitati.  A un tratto si accorse che a tavola c’era ancora qualcuno.

Era l’uomo con la veste di vecchia tela.

“Non occorre che ti affretti” gli disse Laou avvicinandosi.  “Sei stato l’ultimo ad arrivare: è giusto che tu sia l’ultimo a partire… Ma” aggiunse “tu rischi di addormentarti davanti a un piatto e a un bicchiere vuoti.”

L’uomo infatti aveva rivoltato il suo piatto e il suo bicchiere.3 Sentendo le parole di Laou, sollevò lentamente la testa.  E Laou vide che era un teschio.

L’uomo si alzò in piedi, scosse i suoi stracci che si sparpagliarono a terra e Laou vide che a ogni brandello era attaccato un pezzo di carne imputridita. L’odore che ne usciva, e anche la paura, lo presero alla gola.

Trattenendo il fiato per non respirare quel putridume, Laou chiese allo scheletro:

“Chi sei e che vuoi da me?”

Lo scheletro, che mostrava ormai le sue ossa a nudo come i rami di un albero spogliato delle sue foglie, si avanzò fino a Laou e posandogli sulla spalla una mano scarnificata gli disse:

“Trugaré, Laou! Quando al cimitero ti ho domandato se potevo venire anch’io, tu mi hai risposto che nessuno sarebbe stato escluso. E’ un po’ tardi ormai per domandarmi chi sono. Io sono quello che chiamano l’Ankou. E poiché sei stato gentile con me invitandomi allo stesso titolo degli altri, voglio darti a mia volta una prova di amicizia, avvertendoti che ti restano solo otto giorni per mettere in ordine i tuoi affari.  Fra otto giorni ripasserò di qui in carrozza e, che tu sia pronto o no, ho l’incarico di portarti con me. Dunque, a martedì prossimo! Il pranzo che ti farò servire non sarà forse sontuoso come il tuo, ma la compagnia sarà ancora più numerosa.” Con queste parole l’Ankou disparve.

Laou ar Braz passò la settimana a far la divisione dei suoi beni fra i suoi figli; la domenica, all’uscita dalla messa, si confessò; il lunedì si fece portare la comunione dal parroco di Pleyber-Chirst e dai suoi due assistenti; il martedì sera spirò.  La sua generosità gli aveva meritato di fare una buona morte.

E così sia per ciascuno di noi!