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La madre piangeva suo figlio

GRIDA LENN aveva un figlio unico, che adorava. Il suo sogno era di farne un prete. Per questo lo aveva mandato a studiare al piccolo seminario di Pont-Croix. Tutte le domeniche per andarlo a trovare percorreva la strada da Dinéault a Pont-Croix, che misura più di una decina di leghe. Un giorno che scendeva dalla carrozza alla porta del collegio la informarono che noëlik (era il nome di quel figlio tanto amato) era molto malato e il medico disperava di salvarlo. Grida divenne bianca come un foglio di carta. Per tre giorni e tre notti vegliò al capezzale del figlio, senza voler prendere cibo. E il ragazzo morì. Grida portò il cadavere a Dinéault nella sua carrozza, che guidava ella stessa. Gli fece fare nel cimitero una bella tomba di pietra levigata, con una lunga epigrafe scolpita sopra. E da quel momento in poi passò quasi tutto il suo tempo inginocchiata sulla tomba a piangere, singhiozzare e supplicare Dio di renderle il figlio, il suo povero caro figlio.  I preti della parrocchia cercarono di calmare il suo dolore, ma i loro sforzi riuniti rimasero senza risultato. Avevano un bel farle la predica, rimproverarla e dirle che non rassegnarsi alla morte era come bestemmiare i morti: a nulla giovava.

In tutto il paese credettero che sarebbe diventata “innocente”.1 E in realtà talvolta, in mezzo ai singhiozzi, la povera donna si metteva a cantare, a mormorare le ninnenanne con cui una volta addormentava il suo noëlik, quando era piccolo.

Infine il curato la prese da parte e le disse:

“Ascolta, Grida: non puoi continuare così. Tu reclami a gran voce tuo figlio. Ebbene, rispondimi: avresti il coraggio di sopportare la sua vista, se ti ritrovassi faccia a faccia con lui?”

“Oh, sì, signor curato,” esclamò Grida con gli occhi brillanti “se soltanto poteste ottenere che lo riveda, non fosse che per un istante!”

“Cercherò di ottenerlo. Ma a tua volta promettimi che in seguito ti comporterai come una vera cristiana, come una cristiana rassegnata alla volontà di Dio.” “Prometto tutto quello che volete.”

Certo capite che il curato di Dinéault sapeva quello che faceva.

Diede appuntamento alla sua parrocchiana nel cimitero, sulla tomba del giovane seminarista, al primo rintocco della mezzanotte.

“Ancora una parola” aggiunse. “Non solo vedrai tuo figlio, ma potrai anche parlargli e lui ti parlerà. Giurami fin d’ora che farai punto per punto tutto quello che ti chiederà.” “Lo giuro per i sette dolori della Vergine Maria.” Avanti il primo rintocco della mezzanotte Grida era già sul posto dell’appuntamento. Vi trovò il curato che leggeva nel suo libro nero, alla luce della luna. Suonò la mezzanotte. Il prete chiuse il libro, fece il segno della croce e chiamò tre volte noëlik Lenn. Al terzo appello la tomba si aprì: e apparve noëlik, ritto in piedi. Era tale e quale era stato da vivo, solo che il suo viso era triste e la sua pelle del colore della terra.  “Ecco tuo figlio, Grida,” disse il curato.  Grida nell’attesa si era inginocchiata dietro un ciuffo di ginestre che aveva fatto piantare ai piedi della tomba. Alle parole del prete si alzò e si diresse verso suo figlio, tendendogli le braccia. Ma il giovane la scostò con un gesto.  “Madre mia,” disse “non dobbiamo più abbracciarci fino al giorno del Giudizio Universale.”

Si chinò per cogliere un ramo dal ciuffo di ginestre.  “Qualunque cosa io esiga da voi, avete giurato di sottomettervi.  vero, l’ho giurato,” rispose Grida.

“Prendete dunque questo ramo di ginestra e frustatemi con tutte le vostre forze.”

La povera donna si tirò indietro, soffocata dallo stupore e anche dall’indignazione.

“Frustarti, io!… Frustare mio figlio, il mio noëlik tanto amato! Ah, no, di grazia! Mai!…”

Il morto riprese:

“Proprio perché una volta mi avete troppo amato, proprio perché non mi avete mai frustato è necessario che lo facciate ora. Solo a questo prezzo sarò salvato.” “Se è necessario per la tua salvezza, e sia!” disse Grida Lenn.  E cominciò a frustarlo, ma così dolcemente, così piano che sfiorava appena il cadavere.

“Più forte, più forte!” gridò il morto.

La donna picchiò con più foga.

“Più forte! Più forte ancora, o io sono perduto, perduto per sempre!” gridava sempre noëlik.

Grida frustò con violenza, con furore. Il sangue sprizzava dal corpo di suo figlio. Ma noëlik gridava sempre:

“Forza, madre mia! Ancora! Ancora!” Intanto i dodici rintocchi finirono di suonare all’orologio del campanile.

“Per questa sera è finita” disse il morto a Grida. “Ma se mi volete bene tornerete domani alla stessa ora.” E sparì nella tomba che si richiuse su di lui.  Grida tornò a casa, in compagnia del curato. Cammin facendo questi le chiese:

“Non hai osservato nulla di particolare?” “Sì” fece lei. “Mi è sembrato che il corpo di noëlik diventasse più bianco via via che lo frustavo.”

“E’ proprio così” disse il curato.

E aggiunse:

“Ora che ti ho messo in rapporto con tuo figlio, puoi fare a meno del mio ministero. Cerca soltanto di aver la forza di andare fino in fondo.”

Il giorno dopo Grida Lenn si recò tutta sola alla tomba del giovane seminarista. Le cose si svolsero esattamente come il giorno prima, salvo che la madre non si fece più pregare per frustare suo figlio, e frustò, frustò fino allo stremo delle forze.  “Non è ancora abbastanza” disse noëlik quando suonò l’ultimo rintocco della mezzanotte. “Bisogna che torniate una terza volta.”

E la donna tornò.

“Soprattutto, madre mia,” supplicò il giovane “questa volta frustatemi con tutto il cuore e con tutte le forze.” La donna si mise a picchiare con tanto accanimento che il sudore le scorreva dal corpo come una pioggia torrenziale e il sangue zampillava dal corpo di noëlik come l’acqua zampilla da un annaffiatoio.

Alla fine, sentendo che il braccio le si irrigidiva e il fiato le mancava, ella gridò:

“Non ne posso più, povero figlio mio, non ne posso più!” “Sì, sì, ancora! Madre mia, vi scongiuro!” diceva la voce di suo figlio, con un tale accento d’angoscia che Grida ritrovò un poco di energia.

Malgrado le tempie che le rombavano, malgrado le gambe che le si piegavano, la donna fece uno sforzo supremo.  Ma dopo un attimo crollò a terra.

Grazie a Dio, il suo ultimo sforzo era bastato.  Riversa sull’erba del cimitero, vide il corpo di suo figlio, divenuto bianco come la neve, innalzarsi dolcemente nel cielo, come una colomba che prende il volo.

Quando fu a una certa altezza sopra di lei, le disse:

“Madre mia, amandomi troppo quand’ero vivo, piangendomi troppo dopo la mia morte voi avete ritardato la mia salvezza eterna. Perché io fossi salvato, bisognava che voi stessa faceste uscire dal mio corpo tante gocce di sangue quante lacrime avevate versato su di me. Ormai, siamo pari.  Grazie!”

Con queste parole svanì nell’aria.

Da quella notte in poi Grida Lenn cessò di piangere. Aveva capito che suo figlio stava meglio là dov’era di quanto non sarebbe mai stato su questa terra.