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La donna in un ossario

ERA LA SERA di una “grande giornata”1 a Guernoter, dove erano riuniti i domestici più importanti di tre o quattro fattorie dei dintorni. La cena era stata abbondante e largamente innaffiata, come è d’uso in tali circostanze.
Quando tutti ebbero bevuto e mangiato a volontà, fecero cerchio intorno al focolare: gli uomini accesero le pipe, le donne si sedettero ai filatoi e cominciò una conversazione generale.

Dapprima, inutile dirlo, si parlò degli incidenti della giornata, che era stata laboriosa.

I contadini di Guernoter, e quelli delle fattorie che erano venuti ad aiutarli, erano partiti verso le tre del mattino per Saint-Michel-en-Grève, un viaggio di cinque leghe: un lungo viaggio, quando si tratta di farlo, al ritorno, spingendo le carrette cariche fino all’orlo di sabbia umida.

Naturalmente si parlò di cavalli: vantarono lo stallone grigio di Roc’h-Laz, il più robusto cavallo da stanga che ci fosse nei dintorni; poi il discorso cadde sulle borgate che avevano attraversato quel giorno. Tutti convennero che il miglior sidro d’osteria si beveva dai Moullek, a Ploumilliau.  “Sicuro,” confermò Maudez Merrien, uno dei “ragazzi” “e se me ne dessero da bere solo una dozzina di boccali al giorno, andrei volentieri a sostituire l’Ankou di Ploumilliau2 per una settimana o due.”

“Non scherzate così, Maudez” disse la padrona di casa di Guernoter. “Magari incontrerete l’Ankou più presto di quanto lo vogliate.”

Questa riflessione di Marie Louarn bastò per orientare la conversazione sul soggetto della morte. Una delle fantesche citò l’esempio di un tale che si era fatto beffe dell’Ervoanic Plouillo e che era stato trovato annegato la sera stessa.  “Bah, sono tutte storie di donnette” ridacchiò uno dei presenti.  “I morti sono morti” aggiunse un altro; “un morto non può far nulla contro un vivo.”

“Eppure,” riprese la fantesca “se vi proponessero di passare la notte nell’ossario, non parlereste così forte.”

Tutti i ragazzi si diedero a protestare in coro.

Quando gli uomini hanno un bicchiere colmo sotto il naso, sono pronti a mangiarsi il diavolo con tutte le corna.  Sì, a parole! Perché a fatti non sono altrettanto bravi.

Lo si vide bene quella sera, a Guernoter.

Yvon Louarn, il padrone, aveva bevuto moderatamente, per meglio ubriacare i suoi ospiti. Si era ritirato nell’angolo del camino e di lì ascoltava, piuttosto che parlare.

Sentendo i ragazzi che protestavano in quel modo alle parole della fantesca, intervenne.

“Ebbene”, annunciò, fingendo di parlare molto sul serio non sia mai detto che io mi perda una così bella occasione di mettere alla prova dei giovanotti in gamba come voi.  Domani mattina darò uno scudo di sei franchi a quello fra voi che avrà il coraggio di passare tutta la notte nell’ossario.  I ragazzi si guardarono l’un l’altro con dei risolini forzati, fingendo di prender la cosa come un semplice scherzo. Due o tre si diressero alla porta, come per soddisfare un bisogno urgente.  “Andiamo!” insisté Yvon Louarn “fatevi sotto! Ho detto uno scudo di sei franchi. Uno scudo di sei franchi da guadagnare in una sola notte! Non si trova spesso una simile cuccagna.  Chi si decide?”

Nessuno si decideva. Tutti cercavano una scappatoia. E fu Maudez Merrien che la trovò per primo.

“Io accetterei la scommessa” disse “se la giornata non fosse stata così lunga e così dura. Ma questa sera, mio caro Yvon Louarn, non darei neppure per venti scudi di sei franchi il mio letto di loppa d’avena nella scuderia del Mezou-Meur.” E con questo si alzò.

Gli altri assentirono alle sue parole e si prepararono a imitare il suo esempio.

Il padrone di Guernoter stava certamente per lanciargli qualche frecciata quando dal gruppo delle donne si levò una vocetta chiara:

“Padrone,” diceva la vocina “dareste anche a me, come a uno dei ragazzi, dareste anche a me i sei franchi, se facessi quello che loro non osano fare?”

Colei che aveva fatto la domanda era una ragazzina di tredici o quattordici anni, ma così gracilina, così minuta che non ne dimostrava nemmeno dieci. La chiamavano Mônik, nient’altro. Non aveva nessun cognome, perché non aveva mai saputo di avere genitori. Era una “figlia dell’avventura”.  L’avevano raccolta alla fattoria, per pietà; e l’avevano fatta lavorare come guardiana delle vacche. Per salario aveva solo il cibo e i vestiti. Di solito non alzava mai la voce alle veglie, dove la mettevano a dipanare il filo che le altre fantesche avevano filato. Faceva il suo lavoro tenendosi da parte, in silenzio: tutt’al più la sentivano mormorare qualche preghiera, sempre lavorando, perché era molto devota, con l’anima sempre volta alle cose della religione.

Grande fu la sorpresa di Marie la fattoressa quando sentì Mônik parlare così a sproposito.

“Ma sentite un po’ questa smorfiosa!” esclamò “Hanno ben ragione di dire che l’avidità di denaro è la perdita delle anime! Ecco una disgraziata che per sei franchi si farebbe anche dannare, se la si lasciasse fare!… Non hai vergogna, piccola stracciona che non sei altro?”

“Credetemi, padrona, che se guadagnerò quel denaro non ne farò cattivo uso” rispose umilmente la piccola guardiana di vacche.

“Ne farai l’uso che vorrai” disse il fattore “purché lo guadagni.  Non mi dispiace vedere una ragazzetta come te accogliere una sfida davanti alla quale gli uomini si ritirano. Soltanto, noi ti accompagneremo fino all’ossario, chiuderemo la porta dietro dite e ne uscirai solo domani mattina all’alba, quando verremo ad aprirti.”

E così fu fatto, malgrado le proteste indignate di Marie Louarn.

L’ossario era pieno di ossa. Ma appena Mônik entrò tutte le ossa si ritirarono contro il muro, ammucchiandosi le une sulle altre per farle un posto dove potesse stendersi durante la notte, come nel suo letto.

Mônik cominciò col mettersi in ginocchio, invocò la protezione delle anime dei defunti poi si coricò senza alcun timore sul terreno umido, che aveva odore di morte.

Appena si fu distesa, un torpore delizioso invase le sue membra e una musica dolce, lontana cominciò ad aleggiare intorno a lei, come per cullarla.

La fanciulla non si ricordava più di essere in un ossario.  Era altrove, ma non sapeva dove, in un paese tutto azzurro, tutto azzurro. Non distingueva niente. Cercava di aprire gli occhi per vedere, ma le sue palpebre erano pesanti come se fossero state di piombo.

Così dormì tutta la notte, di un sonno soprannaturale.  All’alba fu tutta stupita di trovarsi nell’ossario. La porta era aperta e il fattore di Guernoter diceva alla ragazzina:

“Ecco lo scudo di sei franchi, Mônik. E’ tuo: l’hai ben guadagnato.”

“Vi ringrazio, padrone,” rispose la fanciulla.

E si diresse alla chiesa con la sua moneta d’argento. Il curato era nel confessionale: Mônik vi andò, gli raccontò ciò che aveva fatto e gli consegnò la moneta, pregandolo di dire una messa per l’anima del purgatorio che ne aveva più bisogno.  “Forse” aggiunse “sarà uno dei miei genitori sconosciuti che ne trarrà beneficio. Per questo ho sempre sognato, da quando ho l’uso della ragione, di avere qualche soldo. Le anime dei defunti lo sapevano. Ecco perché mi hanno protetto la notte scorsa.”

“Ebbene,” disse il curato dandole l’assoluzione “sarai subito accontentata. La messa che ora dirò sarà la tua.”

Mônik vi assistette devotamente e partecipò alla comunione.  Finita la messa, mentre si apprestava, con l’anima leggera, a incamminarsi per Guernoter, incontrò sotto il porticato un uomo coi capelli bianchi: sembrava vecchio come la terra e tuttavia aveva il corpo diritto e il passo fermo.

Si rivolse alla fanciulla con una profonda riverenza:

“Signorina, vorreste portare questo biglietto a Kersaliou?” “Ma certo, venerabile signore” rispose la fanciulla, prendendo il biglietto che l’uomo le tendeva.

Il vecchio ebbe un sorriso così buono, le disse grazie con voce così gentile che Mônik credeva ancora di vedere quel sorriso e di sentire quella voce mentre si incamminava verso Kersaliou, e mai aveva avuto nel cuore una gioia così dolce.  “Che bell’aspetto aveva!” continuava a pensare.

Kersaliou è un nobile maniero dal quale dipendeva, prima della rivoluzione, la fattoria di Guernoter. Vi conduce un viale bordato di grandi faggi. Quando la piccola guardiana di vacche vi si inoltrò, le foglie dei faggi si misero a stormire, a stormire e quasi a cantare, come se ogni foglia fosse un uccellino.  “Non so perché,” diceva Mônik fra sé “ma mi sembra che oggi stia per succedermi qualche cosa di straordinariamente felice. Ho come il presentimento che l’incontro col vecchio mi porterà fortuna.”

Stava entrando nel cortile di Kersaliou quando si trovò faccia a faccia col signore del castello.

La fanciulla lo salutò cortesemente.

“Dove vai così sola, piccola mia?” chiese il castellano.

“Vengo da voi, signore di Kersaliou.”

“E che cosa vieni a fare da me?”

“Vengo a portarvi questo biglietto che mi hanno consegnato per voi.”

Raccontò l’avventura che le era toccata sotto il portico della chiesa, e come il vecchio le fosse sembrato bello, malgrado la sua età.

“Lo riconosceresti, se ti facessi vedere il suo ritratto?” chiese il gentiluomo, che a leggere il biglietto era improvvisamente impallidito.

“Certo che lo riconoscerei.”

“E allora vieni.”

La condusse al castello e la fece passare per tutte le sale.  Benché Kersaliou avesse perso molto del suo antico splendore, gli appartamenti avevano conservato un aspetto sontuoso.  Ai muri, in grandi cornici dorate, erano appesi i ritratti di illustri personaggi della casata di Kersaliou.

L’attuale signore condusse Mônik dall’uno all’altro.

Davanti a ciascuno, le domandava:

“E’ lui?”

“No,” rispondeva lei “non è ancora questo.”

E così sfilarono davanti a tutti. Mônik aveva un bel guardare con attenzione: in nessun ritratto riconosceva l’imponente e venerabile figura del vecchio incontrato sotto il portico.

Il signore di Kersaliou restò un attimo in silenzio, con espressione pensosa e delusa.

D’improvviso si picchiò la fronte.

“Seguimi al granaio!” ordinò alla ragazzina.

Quel granaio era pieno zeppo di una quantità di cose dei tempi passati. C’erano dei vecchi drappi a brandelli, statue mutilate, quadri crivellati di buchi. Il Gentiluomo si diede a frugare fra quei quadri. E via via che li tirava fuori da quel mucchio di cianfrusaglie li passava a Mônik, la quale li spolverava col rovescio del grembiule.

“Eccolo!” esclamò a un tratto la fanciulla.

Aveva riconosciuto i lineamenti del vecchio, benché il colore fosse un po’ stinto.

“Bene,” disse il signore di Kersaliou “ora scendiamo nel mio studio.”

E là aprì un grosso libro in cui erano scritti tutti i nomi dei membri della famiglia; e dopo averlo consultato:

“Mia cara Mônik”, disse “ascoltami. Il vecchio che hai incontrato sotto il portico era il trisavolo di mio nonno. E morto da più di trecento anni. Da trecento anni languiva nelle fiamme del purgatorio per mancanza di una messa. E questa messa, bisognava che la pagasse spontaneamente un povero, coi suoi pochi soldi. E proprio quello che hai fatto tu.  come testimonia il biglietto che mi hai consegnato e che è scritto appunto con la scrittura del defunto. Grazie a te, il mio antenato della sesta generazione è stato salvato. E mi in-carica di compensarti in un modo degno di lui e di me. D’ora in poi non lavorerai più in nessun altro luogo se non nella mia casa. Ti prometto che sarai trattata con ogni riguardo.  Dimmi soltanto se consenti a ciò che ti propongo.”

La povera piccola guardiana di vacche era così lontana dall’aspettarsi una tale fortuna, che restò come inchiodata sul posto, incapace di proferire una parola.

Ma il signore di Kersaliou indovinò facilmente che a renderla così muta erano proprio la sorpresa e la gioia.

Da quel giorno in poi Mônik visse al castello. E vi trovò la felicità; come diceva Yvon Louarn di Guernoter, quello scudo di sei franchi se l’era ben guadagnato.