Bretagna da Scoprire


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Katel Gollet

 I

ORA, QUESTO AVVENNE prima che Artù di Bretagna fosse battuto da Giovanni senza Cuore e senza Terra. Il conte Moriss negli anni della vecchiaia viveva ritirato dal mondo nel suo castello di La Roche,1 con una giovane nipote, bella come la luce del sole, che si chiamava Katel. Ma se Katel era bella, si dice che fosse ancor più pericolosa, non solo per la seducente leggiadria della sua persona, ma soprattutto per la malvagità della sua anima. Il vecchio conte insisteva perché Katel si maritasse, pensando che una leggiadra fanciulla di sedici anni, seducente e leggera come l’ala di un’allodola, era troppo difficile da custodire per un tutore di sessant’anni, che aveva conosciuto soltanto la guerra. Sfortunatamente Katel non intendeva affatto accorciarsi la gioventù col matrimonio.  Amava alla follia le feste e i piaceri: la danza era la sua vita. Non pensava che a danzare, e alle insistenti sollecitazioni del conte Moriss rispondeva:

“Quando troverò un bel cavaliere capace di danzare con me per dodici ore, gli concederò il mio cuore e la mia mano.”

Questa risposta fu divulgata a suon di tromba in tutte le parrocchie del Léon, e ben presto un gran numero di giovani signori ricchi e di bell’aspetto vennero a vedere la bella fanciulla bruna e a presentare la loro domanda di matrimonio.  Katel dava appuntamento a quelli che le piacevano per tale o tale sagra della stagione. In quel tempo, le belle sagre non erano rare nel paese. Si danzava tutto il giorno, e spesso per metà della notte. La leggiadra silfide volava, quasi senza sfiorare l’erba, senza riposarsi mai, per così dire; e quando aveva preso per mano un giovane cavaliere, se quello si lasciava trascinare in balia della maliarda era perduto, perché lei lo affascinava, lo stregava a tal punto che l’imprudente, posseduto dall’incantevole demonio, danzava, saltava, girava, finché spesso morte ne seguiva…  Così la damigella aveva provocato molti lutti nei castelli vicini. La pubblica indignazione, le grida di vendetta che lei stessa poteva ascoltare avrebbero dovuto avvertirla che anche la sua ultima ora era prossima. Ma il suo cuore era duro e lei non voleva cambiare.

Di fronte a ciò, il signore di La Roche proibì a Katel di andare ai balli e la chiuse nella torre, dicendole che doveva restar-vi fino al giorno in cui si sarebbe decisa a sposare uno dei suoi numerosi pretendenti. Ora, Katel aveva un paggio, più basso del levriero di suo zio e nero come un cervo. Un mattino, prima dell’alba, lo chiamò e gli disse:

“Dorme, il vecchio Moriss; ma Salaùn veglia per Katel.  Monta a cavallo: le guardie ti lasceranno passare. Prepara la scala flessibile che hai fatto per me e porta questo messaggio al castello di Ploudiry.”

Un’ora dopo, ai piedi della torre, sotto la finestra da cui pendeva una scala di corda, un bel giovane e la bruna prigioniera salivano sullo stesso corsiero… E ben presto, per le vie ancora buie della grande foresta, il guardaboschi udì un rapido galoppo, e il nano geloso, restato solo ai piedi del torrione, ridacchiava dicendo: “Oggi è la sagra della Santa Martire; Salaùn, la campana a morto suonerà per te stasera!…”

II

Vedendoli arrivare così alla sagra della Santa Martire, tutti rimasero stupiti e ammirati, tanto erano entrambi giovani e belli. Katel, più radiosa che mai, presentò Salaùn come suo fidanzato a tutta la compagnia.

“Sì,” mormorava la gente “fidanzato della danza che inebria e che uccide!”

Poco dopo cominciò il ballo. Avevano chiamato i più valenti suonatori di Cornovaglia. Si era riunita una bella e numerosa compagnia, per opera di Katel che prima della sagra aveva mandato in giro molti messaggi per aver più testimoni del suo nuovo trionfo. In principio si mostrò più calma del solito: dolcemente appoggiata al braccio del fidanzato, si degnava appena di concedergli un po’ di respiro facendo qualche ballo con altri. Poi, a metà della festa, ci fu uno splendido banchetto. I liquori scorrevano in abbondanza: e verso sera si accesero una quantità di torce tutt’attorno, sotto i grandi alberi. E ricominciarono i balli; gavotta, jabadao, farandola, ridda e passapiede, tutti si succedevano senza tregua né riposo…

“Ancora, ancora” ripeteva Katel radiosa, danzando con Salaùn; “saresti stanco per caso?”

“No, no, mai quando sono con te” diceva il giovane, affascinato.  E la leggiadra coppia scivolava più rapida in mezzo agli altri ballerini, che si fermavano per guardarli… Tuttavia Katel si accorse ben presto che il suo cavaliere stava cedendo.  “Coraggio” gli disse; “ancora qualche giro e Katel è tua.” L’insensato, benché allo stremo delle forze, si lanciò ancora una volta nel turbine che lo trascinava suo malgrado. Infine i suoi piedi si fecero pesanti, la sua respirazione divenne faticosa, irregolare e poi ansimante come un rantolo.  “Pietà, pietà!” mormorò. “O Katel, o mia adorata… non ti ho… conquistata?”

La crudele, quando udì questo lamento, lo abbandonò e l’infelice, lasciato solo, si accasciò nell’erba fiorita. Nello stesso istante dalla torre suonò la mezzanotte. Le torce (torce funebri) impallidirono, poi si spensero una a una… E lì accanto, nell’ombra, ridacchiava il nano nero…

III

“Digià!” esclamò Katel gettando uno sguardo sprezzante su Salaùn svenuto e sui suonatori estenuati “già stanchi per così poco!… Per l’inferno! Chi mi darà ballerini e musicanti degni di me?”

A questa orribile imprecazione un grande lampadario formato dalle luci sfolgoranti si dondolò sotto le grandi querce, il cui fogliame arrossato stormiva, scosso da una brezza di fuoco. Due figure, due fantasmi, comparvero d’improvviso in mezzo al cerchio degli spettatori, che già si preparavano a fuggire e rimasero invece inchiodati dal terrore. Uno degli stranieri, vestito di rosso sotto un mantello nero, portava sotto braccio un’enorme cornamusa, la cui canna d’aria era formata da una testa di serpente. L’altro, di alta e bella figura, vestito di nero con un mantello rosso, portava sulla testa un pennacchio di piume d’avvoltoio, che ricadendogli sulla fronte nascondeva il fuoco del suo sguardo.  D’improvviso la cornamusa, gonfiata da un soffio formidabile, fece sentire dei suoni che atterrirono tutti i presenti: tutti, fuorché la bruna danzatrice, perché il suonatore rosso suonava un trescone sconosciuto, irresistibile… E il cavaliere dal cappello piumato venne e afferrò fra le sue braccia nervose Katel, che pareva aspettarlo e invitarlo con lo sguardo ardente.

Allora sotto la volta splendente si scatenò una gavotta sfrenata. Pochi ballerini ebbero il coraggio di prendervi parte, malgrado il vino e l’idromele che circolavano senza sosta.

Ben presto tutti si fermarono, gravati da una strana fatica:

ma Katel, fiera e felice, volava come una figlia dell’aria e sembrava sfidare il suo cavaliere… E la musica continuava, sempre più stridente, il trescone infernale sempre più rapido, più affannoso… e il nano nero ghignava sempre più…

IV

Quanto tempo durò l’orribile danza?… Nessuno saprebbe dirlo. Katel cominciava a dare qualche segno di stanchezza.  Passando guardava non senza paura le fauci spalancate del serpente, che vomitavano una vera musica di dannati, interminabile come i supplizi dell’inferno… Tuttavia cercava ancora di batter la terra coi suoi piedi impazienti e si lasciava trascinare in questo turbine di piacere e di ebbrezza… Ben presto le sembrò che il candelabro abbagliante ruotasse sopra la sua testa: si sentì invadere da un terrore indicibile e fece inutili sforzi per sfuggire alla stretta crudele di colui che la trascinava con mano di ferro.

“Andiamo, andiamo, bella,” gridava lo spietato ballerino “il prato è più liscio, la luce più bella, la musica più inebriante!” E Katel, ansimando, a queste parole raccolse le sue ultime forze. Balzò ancora una volta, come una cerva ferita, in un volteggio fantastico. D’improvviso il cavaliere nero disparve, e Katel non sentendosi più sostenuta dal braccio fatale Che l’aveva spezzata, cadde a sua Volta rantolando, vinta, morente, abbandonata…

E le pesanti nubi nere, urtandosi al di sopra della funebre foresta, lanciavano ogni tanto sulla volta di fogliame scie di fuoco rosso e di livido Zolfo. Il rombo lontano dei tuoni coprì le ultime note della cornamusa. Torrenti di pioggia si riversarono sui pendii; la grandine crepitava senza sosta sulle rocce delle colline… La folla intanto si era allontanata, presa da un indicibile terrore, da questo teatro d’orgia e di morte.  Poi vi fu un tuono più forte degli altri: gli elementi si placarono, i rumori tacquero, le luci si spensero. E un lugubre silenzio regnò sotto la volta buia dei boschi…

Il giorno dopo, all’alba, si potevano vedere, stesi l’uno a fianco dell’altro, sull’erba calpestata della radura, due corpi inanimati: tutti e due giovani e belli, avevano sul volto il pallore della morte. Un orribile nano nero li contemplava ghignando.  Erano i nostri due fidanzati: Salaùn e Katel… Katel, chiamata ormai Gollet nel ricordo popolare: Gollet, ossia perduta o dannata, a causa del suo amore sfrenato per il piacere e per la danza!…

Un po’ più in là, nel punto in cui stava il terribile suonatore, l’erba arrossata e la terra bruciata portavano la strana impronta di piedi larghi e biforcuti…

E fra le rovine del vecchio castello di La Roche-Morvan si sente ancora talvolta, nel mezzo delle notti più buie, lo sghignazzare satanico del nano nero.