Bretagna da Scoprire


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Il Corpo Senz’Anima

C’erano un tempo tre fratelli che non avevano neanche il pane: e poiché non trovavano lavoro nel loro paese, partirono insieme per andarlo a cercare altrove.
Andarono lontano lontano e arrivarono a una grande foresta, dove tagliarono della legna per fare un falò.
Quando fu fatto e acceso, si accordarono per passare la notte a turno vicino al fuoco, in modo che non si spegnesse. Il maggiore si incaricò di far la guardia la prima notte. E un po’ prima della mezzanotte vide arrivare un ometto, che gli disse: “Che fai tu là?” “Guardo il mio fuoco” rispose. “Fai bene attenzione,” disse il nano “perché a mezzanotte il corpo senz’anima verrà a spegnerlo. Ma non aver paura di lui: se non ti lasci spaventare e ti difendi con coraggio, non ti farà alcun male.” L’ometto sparì nella foresta: e a mezzanotte il maggiore dei fratelli vide comparire il corpo senz’anima. Era alto come una quercia e gridò con voce assordante: “Che fai tu là, piccolo verme, polvere delle mie mani?” “Guardo il mio fuoco.” “Ora lo spengo: e tu vattene, o ti capiterà qualche guaio.” “La vedremo,” rispose il giovane. E difese il suo fuoco così bene che il corpo senz’anima non riuscì a spegnerlo e se ne andò mogio mogio. Al mattino gli altri due fratelli vennero da lui e gli domandarono come avesse passato la notte; e lui, per paura di spaventarli, non disse nulla di quanto gli era capitato. La notte dopo fu di guardia il secondo fratello: e un po’ prima di mezzanotte vide venire l’ometto, che gli disse: “Che fai tu là?” “Guardo il mio fuoco” rispose. “Fa’ attenzione a star sveglio” disse il nano “perché a mezzanotte verrà il corpo senz’anima per spegnerlo. Ma tu non lasciarti spaventare dalle sue minacce: se non avrai paura non ti farà alcun male.” L’ometto si allontanò, e a mezzanotte arrivò il corpo senz’anima, gridando: “Che fai tu là, piccolo verme, polvere delle mie mani?” “Guardo il mio fuoco.” “Lasciamelo spegnere, o ti taglierò a pezzettini come carne da salsicce!” “Se ci riuscirai!” rispose il giovanotto. Difese il suo fuoco con coraggio, e il corpo senz’anima non riuscì a spegnerlo e se ne andò mogio mogio. Al mattino i due fratelli vennero a domandargli come aveva passato la notte: ma lui non raccontò nulla delle apparizioni che aveva visto. La terza notte fu il turno del più giovane, che si pose a guardare il fuoco. Ma il nano questa volta non venne ad avvertirlo, e a mezzanotte il corpo senz’anima gli si presentò davanti gridando: “Che fai tu là, piccolo verme, polvere delle mie mani?” “Guardo il mio fuoco” rispose quello tremando. “Io voglio spegnerlo” disse il gigante; “lasciami fare o ti taglierò a pezzettini come carne da salsicce!” Il ragazzino si allontanò, perché aveva paura: e il corpo senz’anima spense il fuoco.

Quando i due fratelli maggiori arrivarono al mattino, dissero al minore che era proprio un buono a nulla, poiché non era nemmeno capace di guardare il fuoco. “Se mi sgridate tanto,” rispose lui “io me ne vado da solo a cercar fortuna, e vi lascio insieme.” “Vai, vai pure” gli risposero quelli; “tanto qui non faresti che darci fastidio.”
Così il ragazzo li lasciò e si mise in cammino, senza saper bene dove andare. Mentre passava sulla riva di uno stagno, vide una lavandaia e le augurò il buongiorno. Era la moglie del corpo senz’anima: ma era cristiana, come il ragazzo.
“Potreste” le domandò “indicarmi un posto dove poter trovare lavoro e pane? Viaggiavo coi miei fratelli, ma mi hanno cacciato via perché ho lasciato che un gigante spegnesse il loro fuoco.”
“Vieni con me al castello” rispose lei; “ci troverai da mangiare e da bere finché vorrai. Il corpo senz’anima, mio marito, dorme ventiquattr’ore di seguito senza svegliarsi, e non è molto che si è addormentato.” “Perché mai” domandò il giovane “chiamate vostro marito corpo senz’anima?” “Perché” rispose lei “egli possiede un leone spaventoso, nel corpo del quale c’è un lupo; il lupo ha nel ventre una lepre che racchiude una pernice; la pernice ha tredici uova, e nel tredicesimo uovo si trova l’anima di mio marito. Vorrei tanto incontrare un uomo abbastanza coraggioso da togliere le uova dal corpo della pernice: questo malvagio gigante mi ha rapita e io non lo amo affatto. Avresti tu abbastanza coraggio da tentare l’avventura?” “Proverò” disse il ragazzo.

Si recò al castello, dove la dama lo trattò con tutti i riguardi, e restò con lei fino al momento in cui il corpo senz’anima fu sul punto di svegliarsi; allora la donna lo nascose in un posto sicuro.
Quando il gigante si alzò, si guardò attorno e cominciò ad allargar le narici, come se annusasse qualcosa. “Che c’è dunque qua dentro?” chiese. “Niente di nuovo, che io sappia” rispose lei. Il gigante si mise a tavola, mangiò e bevve come il solito, poi tornò a coricarsi e ben presto lo si sentì ronfare. Allora la dama fece uscire il giovane dal suo nascondiglio, gli diede una sciabola ben affilata e lo condusse alla camera dove era rinchiuso il leone. Appena la porta fu aperta il leone si mise a ruggire spaventosamente e a girare intorno al ragazzo: ma questi non si lasciò spaventare e seppe cavarsela così bene che gli affondò la spada nel cuore.

Appena il leone fu spirato, il giovane andò a cercare la dama, che gli diede da mangiare e da bere per riconfortarlo; quando ebbe ripreso le forze, tagliò in due con un gran fendente il corpo del leone. Subito ne uscì un lupo che digrignando i denti si lanciò su di lui per farlo a pezzi; ma dopo una lunga lotta fu trafitto da un colpo di spada e morì. Poiché il gigante stava per svegliarsi, il giovane andò a mangiare e a bere e la dama lo nascose nuovamente in un nascondiglio sicuro.

Svegliandosi, il corpo senz’anima annusò, come se fiutasse qualcosa. “Sento odore di carne fresca” disse. “No, no, mio caro corpo senz’anima” disse la dama; “è il mio odore che senti.” “Sento odore di carne cristiana, ti dico.” “Ti sbagli, sono i nostri maialini nella stalla. Ma il tuo pranzo è pronto, vieni a bere e a mangiare, spero che troverai tutto di tuo gusto.”
Quando il gigante si fu saziato, si addormentò ancora per altre ventiquattr’ore. Non appena incominciò a ronfare, il giovanotto uscì dal nascondiglio e aprì il corpo del lupo. Ne uscì una lepre che saltava come una pulce e correva come il vento: ma il giovane si diede a inseguirla e finì per farla stancare.
E quando l’ebbe acchiappata la strangolò. “Devo aprirla?” chiese alla dama. “No, no,” rispose lei “non c’è fretta. Vieni a rinfrescarti e a riposarti, che sei tutto in sudore.”
Dopo aver mangiato e bevuto per riprender forza, il giovane tornò nella stanza e aprì il ventre della lepre. Ne uscì una pernice ch’egli acchiappò: e le tolse le tredici uova, che la
dama ripose in una scatola.
“E ora,” disse la dama “potrei sbarazzarmi di lui; ma non voglio farlo morire se non quando sarà sveglio.”
Quando il corpo senz’anima si svegliò, si mise a tavola a fianco della dama, che gli disse: “Mio caro corpo senz’anima, non mi avevi assicurato che non potevi morire?” “No,” rispose lui “io non morirò. Per proteggermi ho un leone ruggente, che ha nel ventre un lupo terribile; nel suo corpo c’è una lepre che nessun cacciatore può raggiungere; la lepre ha nel ventre una pernice che ha tredici uova, e nel tredicesimo uovo è chiusa la mia anima. Vedi bene che è impossibile che io muoia.”
“Ah, così” disse la donna. “L’altro giorno ho trovato un nido di pernici; è in quest’uovo che si trova la tua anima?” E gli presentò un uovo di quelli che aveva riposto nella scatola. “No” rispose lui. “E’ forse in questo?” “No.”
Insomma, gli mostrò dodici uova e ogni volta lui rispondeva di no. Ma quando la donna prese il tredicesimo, impallidì: “E’ questo” disse con voce alterata. “Chi mai te lo ha dato? Abbracciami per l’ultima volta, perché sto per morire.” Il corpo senz’anima prese in mano il tredicesimo uovo e non appena l’ebbe schiacciato spirò.  Il giovane restò al castello con la dama; la sposò e vissero felici fino alla fine dei loro giorni.